SAN FELICE DA NICOSIA
(1715 - 1787)









Liturgia

La celebrazione liturgica di San Felice da Nicosia è assegnata al 2 giugno per i Frati Cappuccini e per le Chiese di Sicilia.

   Messa propria 2 giugno             Liturgia delle ore 2 giugno

 

Dati anagrafici

Nome civile: Filippo Giacomo
Cognome: Amoruso
Luogo e data di nascita: Nicosia 5.11.1715
Ingresso nell’Ordine: Mistretta 10.10.1743
Professione perpetua: Mistretta 10.10.1744
Trasferimento alla fraternità di Nicosia 1745
Pio Transito: Nicosia 31.5.1787
Beatificato da Leone XIII: 12.2.1888
Canonizzato da Benedetto XVI: 23.10.2005

 

Profilo Biografico

(di G. SCARVAGLIERI, L’esaltazione degli umili. San Felice da Nicosia, in IDEM, Il fascino discreto dei nostri Santi. Provincia Cappuccina di Messina. Troina 2016; 207-223).

1. Un messaggio sempre attuale

San Felice rappresenta l'unico santo cappuccino della provincia di Messina proclamato ufficialmente dalla Chiesa. Dopo una vita caratterizzata dallo spirito francescano di umiltà, viene proclamato santo nel 2005 da Benedetto XVI. Nei suoi interventi per l'occasione, il Papa riafferma il valore della testimonianza di vita del nuovo santo e il profondo significato del suo motto: Sia per l'amore di Dio.
Nell'omelia della Messa di canonizzazione il Papa rende evidente il contrasto tra il suo stile di vita caratterizzato dalla semplicità e dall'umiltà con l'andazzo del mondo moderno, centrato sull'egoismo, il consumismo, la volontà di potenza. Aggiunge quindi che la scelta di Felice rimane una preziosa lezione di vita attuale e autentica anche per il mondo d'oggi.
Questa visione del santo di Nicosia va sottolineata adeguatamente per favorire in tutti la comprensione della sua esemplarità di vita nella disponibilità alla volontà Dio. Rimane infatti sempre vero che, come diceva Dante, solo in essa l'uomo troverà la pace. Il suo profilo viene ad avere uno spessore e splendore particolare che contrastano in modo efficace la mentalità moderna, come più volte ha notato Benedetto XVI in occasione della sua Canonizzazione.
E quello che vogliamo realizzare in questo breve profilo, rimandando alle altre opere che, su di lui sono state scritte e che documentano i diversi eventi e momenti della sua vita. Ci sembra importante quindi inquadrare adeguatamente la sua presenza nel contesto del settecento e tentare una descrizione che metta in risalto un messaggio vitale e attuale. Trattiamo, infatti, la sua persona, come una figura di riferimento, cercando di evitare il rischio di presentarla come un mito ed evidenziando la sua funzione storica per la vita francescana ed ecclesiale.

2. Un'alba diversa
Il futuro san Felice nacque nella cittadina di Nicosia il 5 novembre 1715, da Pietro Amoroso e Arcangela La Nocera. Suo padre di professione era calzolaio e la madre casalinga. Essi erano dei buoni cristiani che, accanto alla loro testimonianza di vita e di pietà, trasmisero ai figli i principali contenuti della fede.
Fu battezzato lo stesso giorno della nascita e gli fu imposto il nome di Filippo Giacomo. Normalmente però era chiamato Filippo. Sviluppò la sua esperienza come frutto della sapienza che viene dallo Spirito, che ha nascosto le grandi verità ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelato ai piccoli.
Nel contesto della sua Nicosia, che in quel tempo aveva acquistato una rilevanza notevole, egli trascorse i suoi primi anni in ristrettezze economiche con la madre, il fratello e la sorella, nella modesta abitazione dell'odierna via Porta D'Aquila. Per questo la sua fanciullezza non è stata come quella degli altri ragazzi della sua età, data la sua condizione di orfano che gli ha richiesto maggiori sacrifici.
Crescendo, Filippo attua i propri doveri religiosi, vivendone i contenuti spirituali, specialmente quelli che costituivano i capisaldi dell'iniziazione cristiana: partecipazione alla catechesi, ricezione dei primi sacramenti dopo il Battesimo e abitualmente attuati alla fine della fanciullezza.
Accanto a queste forme caratteristiche della componente religiosa, c'erano anche le altre che riguardano la dimensione culturale della crescita delle nuove generazioni: apprendimento scolastico e addestramento in un mestiere.
Quanto al primo aspetto, il nostro Filippo non vi attese per nulla. La ragione fondamentale consisteva nel fatto che i ragazzi, per la mentalità del tempo, facilmente facevano a meno della cultura anche elementare. In tale forma di "trascuratezza", aveva avuto influenza anche la sua condizione di orfano e la collocazione sociale della sua famiglia.
Quanto all'apprendimento di un mestiere, era normale impararne uno, come preparazione al proprio futuro. Normalmente si apprendeva il mestiere del proprio padre. In realtà egli apprese l'arte del calzolaio, come suo padre, ma frequentando, in un primo tempo, come apprendista, la bottega del maestro calzolaio Giovanni Ciavirella e, dopo, come collaborante, quella di Ambrogio Mirabella.
Appreso il mestiere, guadagnava il pane per sé e per la famiglia. Questo periodo, inoltre, è stato quello in cui egli andò maturando la sua vocazione religiosa. Nello stesso tempo, sviluppava i tratti della sua esperienza umana e spirituale, nell'ottica della vita cristiana, vissuta accrescendo il proprio rapporto con Dio, per cui era un modello per chi gli stava attorno.
Non abbiamo peraltro documentazione sufficiente circa gli altri momenti e gli eventi della sua giovinezza. Le fonti storiche ci ricordano la sua testimonianza di vita devota, la sua correttezza nel posto di lavoro, le sue buone relazioni con il capo bottega e i suoi compagni, l'attuazione dell'una o l'altra forma di apostolato spicciolo, la sua adesione alla fraternità del Terzo Ordine Francescano locale, denominata dei "Cappuccinelli".
A questi elementi va aggiunta la continua frequentazione del convento dei Frati Cappuccini, mentre va maturando ulteriormente la decisione di aderire alla loro vita.

3. La presenza dei Cappuccini in Nicosia
Quello frequentato dal giovane Filippo Amoroso non era il convento degli inizi, fabbricato a Nicosia nel contesto della vallata verso Catania, nel 1546. La sua posizione, infatti, non risultò funzionale alla vita dei frati. Si costatò che il luogo era malsano, per cui fu lasciato una cinquantina d'anni dopo la fondazione.
Tale disfunzionalità appariva più evidente per il genere di povertà e di ristrettezze economiche (e quindi anche alimentari) che i primi frati praticavano. Fu quindi necessario costruire un nuovo convento e in altra posizione rispetto alla cittadina, fabbricato nel 1603 in luogo elevato e panoramico.
Il convento esistente al tempo di san Felice era quindi il secondo. Ancora oggi si può ammirare la sua posizione, sebbene esso, essendo stato trasformato in carcere dopo la soppressione del 1866, non abbia più i tratti tipici di un convento cappuccino.
L'utilizzo come carcere del grande del fabbricato, che domina il centro abitato di Nicosia, ancora oggi, ingloba la stanza, dove egli visse, sviluppò il cammino di santificazione e dove, dopo aver ottenuto la licenza da parte del guardiano, P. Macario da Nicosia, esalò anche l'ultimo respiro.
Non si può quindi visitare, né pregare, almeno fino ad oggi, nei diversi luoghi che sono stati testimoni della sua umiltà e dei suoi miracoli. Nella stessa situazione si trova anche la chiesa in cui egli pregava, partecipava al Sacrificio di Cristo e lo adorava presente nel SS. Sacramento. Tra quelle mura egli inoltre invocava la Vergine Santa e attuava le altre sue devozioni particolari a san Francesco, a san Michele Arcangelo, ecc.

4. La risposta alla chiamata di Dio
Ritornando al profilo di san Felice, va detto che, dopo la morte della mamma, il giovane ormai maturo, si sentì libero di seguire la chiamata del Signore. Fece richiesta quindi di ammissione tra i frati cappuccini, che per diversi anni non fu accettata dai superiori del tempo. Finalmente però nel 1743 fu ricevuto nell'Ordine.
Alcuni mesi dopo fu inviato a Mistretta, dove aveva sede il noviziato, per dare inizio all'anno della prova, sotto la direzione spirituale del maestro dei novizi, P. Michelangelo da Mistretta, il 10 ottobre 1743.
In tale occasione, come era uso presso i cappuccini, cambiò il nome di Battesimo in quello di Felice e si dedicò completamente a interiorizzare il carisma francescano secondo le Costituzioni dell'Ordine. Ricalcava nella povertà, nella castità e soprattutto nell'obbedienza, sempre più le orme di Francesco.
La sua attività quotidiana consisteva nella preghiera, nell'assimilazione del carisma francescano, nella condivisione della vita fraterna, nell'attuazione di forme varie di austerità e di penitenza, nel lavoro e nei servizi interni per la fraternità.
Passato il tempo della prova, la valutazione dei superiori e responsabili, ovviamente era positiva, per cui fu ammesso alla professione religiosa con cui prometteva a Dio i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, il 10 ottobre 1744.
Pare che il primo anno dopo la professione temporanea, fra Felice lo abbia trascorso a Mistretta e solo, un anno dopo, fu assegnato alla fraternità di Nicosia.
Ritornato nella sua città natia, fra Felice, in un primo tempo fu assegnato come compagno del fratello questuante, probabilmente, per un paio d'anni. In tale veste egli ha esercitato anche tanti altri servizi interni a vantaggio della fraternità: portinaio, ortolano, cuoco, calzolaio, ecc.
L'ufficio che però attuò più a lungo (circa 40 anni) e che caratterizzò la sua vita, fu quello di questuante. In tutto questo tempo e attuando il suo ufficio, Fr. Felice realizzava il suo programma di configurazione a Cristo, in modo personalizzato e attivo, che comprendeva l'impegno in quelle che erano chiamate le "opere di misericordia corporali e spirituali" verso il prossimo.
Nell'espletazione di questo servizio egli trascorrerà il resto della sua vita. L'ambito della sua attività si estendeva a Nicosia città e territorio, ma anche ai paesi circonvicini, Capizzi e Sperlinga, e ai rispettivi territori.
Egli fu fedele al suo compito sfidando le intemperie, le difficoltà delle strade e le vicissitudini della vita dei paesi. La sua presenza era diventata familiare e aspettata dagli stessi abitanti che si rendevano conto che era molto di più quello che ricevevano rispetto a quello che essi davano al fratello cercatore.
Oltre alla questua si prestava senza difficoltà per molti altri servizi secondo che le circostanze richiedessero. Faceva quindi ora il calzolaio o il cuoco o il portinaio. Come hobby particolare si dedicava a coltivare le erbe curative, che peraltro poi gli sarebbero servite come medicamento degli infermi o come piccoli omaggi per i poveri e i benefattori.

5. Il frate questuante
L'esercizio della questua, oltre che essere uno strumento per raccogliere gli elementi necessari per la vita dei frati, era anche una sorta di longa manus benefica dell'Ordine cappuccino verso il mondo circostante.
Andando per chiedere le elemosine per il convento, fra Felice come gli altri frati operatori spinti dalla carità, condivideva con gli altri quello che riceveva, dando "da mangiare agli affamati e da bere agli assetati". In altre occasioni era pronto a "vestire gli ignudi", offrendo anche il suo mantello e a "ospitare i pellegrini" che bussavano alla porta del convento.
Non mancava di visitare gli ammalati, andava a trovare i carcerati e accompagnava i morti alla loro ultima dimora. I lunghi anni del suo ministero sono segnati da un'intensa vita spirituale, scandita da molti atti devoti: adorazione, veglie, digiuni e dure penitenze che egli s'imponeva.
Con instancabile dedizione si dava per alleviare i bisogni materiali e spirituali delle molteplici realtà umane con le quali entrava in contatto.
Numerosi eventi ed episodi segnavano la sua vita quotidiana, che egli accettava sempre con senso di umiltà e minorità. Sapeva compendiare tutte queste componenti nel motto che accompagnò la sua esistenza e che divenne la frase con cui spesso lo si identifica: Sia per l'amor di Dio.
Accanto alle opere di misericordia materiale egli attuava anche quelle spirituali. Per questo consigliava i dubbiosi, istruiva gli ignoranti, specialmente nella fede. Era abile nel consolare gli afflitti e considerava un suo compito ammonire dolcemente i peccatori, aiutandoli a comprendere la loro situazione.
Una sua specialità era quella di perdonare le offese e i dileggi, che poteva a volte ricevere e di sopportare le persone moleste, accettando tutto sempre con la sua frase preferita: Sia per l'amor di Dio. Tale suo motto è rimasto fino a noi come un insegnamento forte e significativo.
Per sintetizzare la sua vita e dare una panoramica adeguata alla sua santità, possiamo ricapitolare il suo profondo e lungo itinerario spirituale, usiamo lo schema espositivo dei "tratti caratteristici" della sua vita".
In questo senso vogliamo evidenziare la distinzione tra aspetti della sua vita che possiamo chiamare "attribuiti" e "acquisiti". In tale schema viene messa in rilievo, da una parte, l'iniziativa di Dio nel concedere i doni soprannaturali e, dall'altra, la sua risposta di destinatario e la forza suoi propositi con cui egli attua le sue "realizzazioni".

6. La presenza di "tratti attribuiti"
Con tratti "attribuiti", nel linguaggio psico-sociologico, si suole connotare la presenza di qualità strutturali e funzionali, di doti naturali (e/o religiose) congeniti nel soggetto, ricevuti dalla liberalità di Dio attraverso la natura (doni e talenti naturali) oppure attraverso la grazia (qualità e favori carismatici) di cui una "figura di riferimento" (un santo) risulta arricchito.
Sul piano storico e sociale si può trattare di elementi riguardanti la cultura locale e le qualità personali. Tra queste vanno rilevate l'intelligenza, la volontà, le abilità operative (e comunque tutto il complesso della personalità) di cui egli risulta dotato.
Di tali caratteristiche egli attua processi di estrinsecazione che suscitano negli altri ammirazione, entusiasmo, fascino e comunque una sorta di ascendente su di loro. Per questo, nonostante la sua umiltà, ora assurge a figura di riferimento.
Sul piano religioso va evidenziato il contesto cristiano della famiglia in cui un dato soggetto nasce, il dono del Battesimo che ha ricevuto, le prospettive di sviluppo della fede, l'aiuto delle strutture operative pastorali della parrocchia, ecc.
Tali condizioni e circostanze a loro volta possono essere ulteriormente arricchite dal dono della vocazione a una particolare consacrazione a Dio e dagli altri doni che man mano lo Spirito dispensa secondo la sua liberalità.
Questo scenario generale e comune è particolarmente ricco di componenti semplici, ma nello stesso tempo è completato da altri doni che san Felice ha ricevuto e che fanno riferimento alla rilevanza della vocazione francescana, cui è stato chiamato e alla semplicità del suo comportamento nella vita religiosa.
In questo senso occorre fare riferimento all'itinerario della sua formazione particolare ricevuta nei primi anni della sua entrata nell'Ordine Cappuccino, come anche ai carismi che egli riceve dalla liberalità di Dio.

7. Momenti ed eventi dimostrativi
Tra i diversi doni soprannaturali vanno sottolineate le altre qualità preternaturali e carismi spirituali di cui egli durante la sua vita risulta dotato. In particolare si deve fare menzione di quei tratti che più facilmente suscitano particolari emozioni e impressioni nei destinatari e nei testimoni oculari, che spesso parlano di grazie e "miracoli", ottenuti per sua intercessione.
Si tratta dei doni carismatici e taumaturgici come quelli della chiaroveggenza, la possibilità della bilocazione, la "capacità" di intercessione per interventi particolari di Dio.
Aveva anche una grande capacità di effondere attorno a sé, senza pretesti di vanagloria o di superbia, un fascino umano e religioso che tutti quelli che incontrava nel lavoro quotidiano, sentivano al contatto con lui.
Nonostante le tante umiliazioni che, in funzione ascetica, il suo superiore, p. Macario, che era anche suo confessore, gli infliggeva per "farlo diventare santo", il nostro Fra Felice manteneva la sua serenità interiore e continuava nella semplicità e umiltà di cuore la sua testimonianza di vita.
Sono parecchi gli episodi in cui risplende tale dono: con un cesto di cenere passa per il refettorio elogiando a gran voce la bontà della sua ricotta fresca e che, alla richiesta ironica di uno dei frati che gliela domanda, si trasforma veramente nel prodotto che egli andava declamando.
Altro episodio particolare è quello di attingere acqua dal pozzo con un paniere di vimini, alla presenza stessa del figlio del viceré della Sicilia, che trovandosi a passare da Nicosia vuol conoscere il frate di cui ormai si sente tanto parlare. Con l'ammirazione di tutti i presenti in realtà Fra Felice attinge l'acqua e la offre al principe e al suo seguito.
Altri eventi somigliano a questo e sono indice di una realtà in cui l'accoglienza di fra Felice con il suo solito sia per l'amore di Dio, trasforma tutto: l'acqua dei figli del Barone Speciale di Sant'Andrea, data a lui, per burla, come vino, diventa effettivamente tale tipica e squisita bevanda.
Anche le pietre che, con una speciale e beffarda ironia alcuni giovinastri gli offrono come pane, diventa tale indispensabile alimento, cioè, pane ottimo e fragrante. Lo stesso si può dire della cacciata del demonio dalla mandria del signor Falco.
In questo senso, un altro grande aspetto che rientra tra i doni ricevuti va considerato quello di essere strumento per l'attuazione di prodigi che Dio concedeva. Per questo gli fu conferito anche il titolo di "taumaturgo".
Questo spiega la grande attrazione e il fascino che la figura di san Felice ha suscitato, nei suoi contemporanei e suscita ancora negli uomini del nostro tempo.

8. Lo sviluppo di "tratti acquisiti"
Con tratti "acquisiti" si vuol fare riferimento allo sviluppo successivo del patrimonio personale e congenito, appreso e attuato successivamente. Esso richiama la componente legata allo sviluppo che ogni uomo è chiamato a realizzare rispetto ai doni di natura e di grazia che ha ricevuto dal Signore.
In questo senso quindi, anche se teologicamente è sempre operante la grazia, tuttavia il soggetto incrementa con il suo impegno le caratteristiche ricevute da Dio. Si tratta della famosa collaborazione con la grazia, che ogni cristiano deve attuare.
Questo, detto in generale, può riguardare: le forme di competenza e di sapere, la capacità di autocontrollo personale o di organizzazione delle energie della propria vita.
I tratti acquisiti inoltre richiamano alla mente quelle circostanze, situazioni e modalità operative che mettono in rilievo lo sviluppo psicologico, sociale e culturale del complesso delle doti e talenti naturali e di grazia. Ognuno è sollecitato a realizzare tale sviluppo con la propria collaborazione.
Certo dal punto di vista teologico, anche tale corrispondenza va considerata come un dono attribuito e proveniente da Dio, ma, richiedendo uno sforzo e un impegno della persona, rientra nel complesso dei tratti acquisiti.
In tale contesto quindi facciamo riferimento a tutto quello che la psico-sociologia indica come componente personale della crescita e dello sviluppo del patrimonio genetico ricevuto. Questo, infatti, non rimane immutato ma si sviluppa con il potenziamento che può derivare da altre circostanze che favoriscono lo sviluppo della vita spirituale dei soggetti.
Per questo la vita di un santo testimonia anche la sua coerenza nella sequela di Cristo, per cui diventa un "grande uomo", dal punto di vista religioso. Si debbono quindi sottolineare queste componenti motivazionali e comportamentali, in quanto la santità, oltre che un dono, è una conquista.

9. Le modalità del loro esercizio
La figura di san Felice da Nicosia pertanto emerge per molti aspetti particolari per cui egli spende la sua vita, impegnandovisi in modo profondo e radicale, sia eliminando i propri difetti e sviluppando le proprie potenzialità, dando maggiore consistenza alla dimensione testimoniale della sua vita.
A essa faceva convergere non solo i momenti della sua giornata, ma anche tutte le energie interiori della sua mente e del suo cuore. In questo modo egli palesava una continua testimonianza di dedizione totale verso Dio e verso i fratelli.
Importante quindi è notare i particolari di tale impegno nella purificazione di se stesso, nell'alacrità e prontezza nell'attuazione delle istanze cristiane, nel servizio verso gli altri.
Egli viveva tali istanze, non solo nella componente negativa che mira all'eliminazione del peccato e delle altre negatività che ne derivano, ma anche nella sua dimensione positiva che si propone nel fare il bene nelle sue diverse sfaccettature.
Nello stesso tempo però andava costruendo in modo significativo e valido gli aspetti comportamentali derivanti dalla configurazione a Cristo. Entro tale cornice egli s'impegnava nell'esercizio delle virtù teologali (fede, speranza e carità), realizzava l'attuazione pratica di quelle cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) e, infine, completava il suo itinerario spirituale con la crescita di quelle cristiane (mitezza, umiltà, pazienza, carità, capacità di perdono, ecc.).
Contemporaneamente e in concreto, egli sviluppava la componente mistica della sua esperienza interiore, sia per i doni ottenuti sia per la sua costante collaborazione con la "grazia". Egli se ne sente imbevuto fin dalla formazione, ricevuta nei primi anni di vita religiosa e che continua a sviluppare per sua iniziativa e con la sua buona volontà.
Realizza quindi non una prospettiva intimistica della crescita spirituale, ma manifesta il reciproco rapporto tra vita interiore e comportamento esterno. Nella componente interna sono rilevanti le motivazioni spirituali che poi lo spingono, come componente esterna, a comportamenti più autentici nei rapporti interpersonali con tutti coloro che gli stanno attorno.
Per questo, accanto agli altri aspetti, è fortemente impegnato nel dispensare con il buon esempio qualche suggerimento di fede e motivazione al bene. Era costantemente proteso al bene spirituale dei fratelli, per cui dispensava consigli a tutti coloro che incontrava per la strada, adattando a loro, secondo le rispettive esigenze e situazioni, esortazioni e sollecitazioni.
Ai bambini e ai ragazzi dava dei consigli per la loro crescita umana e spirituale, insegnava loro, assieme al catechismo le regole della buona creanza, istradandoli verso il futuro che fosse anche un contributo alla vita civile e cristiana.
Alle altre persone offriva qualche consiglio adatto, secondo i bisogni che egli scorgeva in loro. Anche quando sembrava che la situazione fosse disperata e che non ci fosse nulla da fare, egli sapeva trovare delle buone parole che consolavano e davano serenità a coloro che le ricevevano.
Un'altra grande propensione in san Felice riguardava l'amore verso i sofferenti. Seguendo le segnalazioni che gli pervenivano, egli si presentava nelle loro case per consolarli e incoraggiarli e talvolta aiutandoli spiritualmente nel momento del loro trapasso dalla vita terrena a quella eterna.
Tale dedizione rappresenta l'espressione tangibile della capacità di sentire empatia con chi si trova nella sofferenza e nel bisogno. A essa il Servo di Dio dedica tempo, energie, capacità di relazioni gratificanti, che nello stesso tempo diventano anche funzionali e edificanti.

10. Morire con il merito dell'ubbidienza
Diventa in questo punto, importante mettere in rilievo che, nella vita di un santo, sia colto il senso di completezza e sia osservata l'armoniosità delle diverse componenti di un'esistenza consacrata a Dio e ai fratelli.
Grande rilevanza ha anche vedere come tali elementi abbiano un'autentica incidenza della vita cristiana dei destinatari e osservare come essi privilegiano solo un rapporto strumentale e funzionale ai propri bisogni materiali.
Il 29 maggio 1787 viene trovato accasciato nell'orto dal dottor Giuseppe Bonelli, recatosi al convento per visitare gli infermi. Accertata la gravità delle sue condizioni, il medico ne riferisce a P. Macario, perché gli ordini il necessario riposo in vista di una qualche recupero, almeno per periodo di tempo. Per questo fra Felice viene messo a letto e curato come il caso richiede.
In realtà le sue condizioni erano gravi. Pertanto diventa opportuno amministrargli l'unzione degli infermi e il santo Viatico. Durante la giornata del 31 maggio 1787, l'umile frate chiede il permesso a P. Macario di congedarsi da questa vita, ricevendone un diniego per più volte che egli come al solito accettava, come volontà del superiore.
A sera il dottor Nicolò De Luca, un altro dei medici del convento, si reca a visitarlo e constata che "il sangue aveva cessato di circolare da tempo" ma, incredibilmente, Fra Felice continua a parlare, dando quindi segni di essere ancora in vita.
P. Macario, resosi conto che non poteva più far nulla per trattenere tra gli uomini l'eccezionale frate, tra le lacrime gli diede la benedizione. Così, pronunciando il suo ultimo Sia per l'amor di Dio, Fra Felice si abbandonò tra le braccia misericordiose del Padre Celeste che lo attendeva.
Morì il 31 maggio 1787, all'età di 71 anni, dopo che per quarant'anni, aveva percorso le strade cittadine. Tale notizia perveniva quindi a coloro che gli avevano concesso le loro offerte e che egli aveva ripagato con la sua preghiera, edificato con il suo esempio, ricompensato con l'attuazione per loro delle diverse opere di misericordia sia materiali sia spirituali.

11. La glorificazione degli umili
Liberato il corpo dai cilici che egli aveva da tempo indossato, la salma viene collocata in chiesa, per ricevere l'incessante omaggio della folla di Nicosia e dei paesi vicini: Capizzi, Cerami, Cesarò, Cangi, Geraci, Mistretta, Sperlinga, Troina, ecc.
Il senato cittadino, per un sentito omaggio e per prevenire possibili disordini da parte della folla che andava sempre più crescendo, di primo mattino inviava un picchetto di alabardieri per fare da scorta al feretro. Esso era stato collocato per terra con i piedi nudi e il capo poggiato su una tegola.
La folla si accalcava attorno al suo corpo e, con la solita e anche indiscreta forma devozionale, cominciava a tagliuzzare qualunque cosa fosse appartenuta al santo frate: cingolo, abito, peli della barba e dei capelli. Fu quindi necessario collocarlo su un catafalco, in modo che tutti potessero vederlo ma non si potessero avvicinare.
In realtà nonostante tale accorgimento è stato necessario cambiarlo di abito più volte in modo tale che poi, dopo averlo tagliato a pezzettini si potesse distribuirli alla gente che voleva portare a casa una reliquia del prezioso cadavere del santo.
L'esposizione durò tre giorni per dare tempo e possibilità alla folla interminabile di poter offrire l'ultimo omaggio a colui che tutti ritenevano un santo.
Oltre al funerale celebrato dalla comunità cappuccina, semplice e commosso, un altro più solenne è stato celebrato con la partecipazione della autorità religiose e militari della cittadina.
Erano presenti il senato cittadino e le autorità civili e militari, le confraternite, gli istituti religiosi della città, mentre le campane suonavano a morto per tutta la giornata, come per le grandi occasioni e cioè la morte dei Papi, dei re, ecc.
Nel funerale solenne era stato invitato a tessere l'elogio il can. Salvatore Gentile che, però, per la commozione non riuscì a recitarlo e al suo posto fu chiamato il can. Nicolò Nicosia.
Finita la celebrazione si dovette chiamare la forza pubblica per mantenere l'ordine pubblico e poter deporre con dignità e tranquillità la salma nella sepoltura.
Tutta la cerimonia si conclude con un'apoteosi, in cui la vicenda umana, illuminata dalla fama di santità, si pone come esito finale della fase terrena dell'esistenza. Tutta la sua vita appariva come in una cornice di umiltà evangelica secondo il carisma di Francesco d'Assisi, di cui il nostro santo aveva seguito, con semplicità di discepolo, le orme.

12. Verso la gloria degli altari
Questo breve profilo prospetta l'esigenza di esplicitare dal punto di vista globale come si presenta la figura di un uomo che suscita forme di ammirazione, nel nostro caso, quindi come si può applicare la "teoria delle figure di riferimento" alla persona di un Santo come Felice da Nicosia, che pure nella sua vita aveva avuto come caratteristica la virtù dell'umiltà.
Era trasformato in motivo di esaltazione quel costante atteggiamento di accettazione e di sottomissione, che era proprio di colui che aveva dato alla sua vita una particolare connotazione che trovava nell'espressione Sia per l'amor di Dio, la sintesi di ogni evento presente nella propria esperienza.
In un suo ritratto, attualmente nel Convento di Nicosia, si legge il seguente cartiglio": "Fra' Felice da Nicosia, laico cappuccino, fu asceta insigne per obbedienza, carità, astinenza, umiltà, mansuetudine, silenzio e contemplazione; splendido per innocenza, purezza e altre virtù, fu devotissimo alla Madre di Dio. Morto santamente in Patria il 31 maggio 1787, con grande affluenza di tutti gli Ordini e di cittadini e di tutto quanto il clero; ebbe l'onore d'esser seppellito dopo tre giorni alla presenza del Senato e del Popolo di Nicosia".
Il processo di canonizzazione fu avviato da Mons. G. M. Avarna, Vescovo di Nicosia, seguendo le diverse tappe e i differenti aspetti della legislazione canonica. Le principali tappe furono: la raccolta delle testimonianze, la dichiarazione dell'eroicità delle virtù, l'approvazione di due guarigioni considerate prodigiose dall'equipe medico-scientifica.
Si trattava della guarigione del signor Vincenzo Abate di Palermo e del frate cappuccino, P. Giuseppe Antonio d'Adernò (Adrano), che permisero di arrivare alla proclamazione come beato nel 1888 attuata da Leone XIII.
Frattanto si registrano diverse altre iniziative tra cui la traslazione, dopo lunghe discussioni, del corpo del beato nella nuova chiesa dei cappuccini. Altra iniziativa importante è stata l'attuazione di un monumento realizzato dallo scultore Michele Guerrisi (1956).
Frattanto anche, se con una certa lentezza, sono stati attuati gli altri procedimenti che hanno avuto come esito la conclusione del processo di canonizzazione.
Recentemente il Vescovo di Nicosia, Mons. Salvatore Pappalardo, dopo aver chiesto e ottenuto il permesso dalla competente Congregazione romana, emette il decreto (il 31 maggio 2001) con il quale dichiara il beato Felice «Patronum secondarium apud Deum civitatis Nicosiensis».
Il fatto più rilevante è però la riesumazione del miracolo ottenuto per intercessione del Beato Felice a favore del sac. Giuseppe Turdo di Tusa. Esso viene riproposto all'attenzione della Sacra Congregazione dei Santi, la quale lo approvò. Si perviene quindi alla canonizzazione, attuata il 23 ottobre del 2005, da papa Benedetto XVI''.
L'effetto della canonizzazione, in questi ultimi anni, è stato studiato con una ricerca empirica, attuata da G. Scarvaglieri, prof. emerito della Pontificia Università Gregoriana.
A tal fine, applicando la teoria delle "figure di riferimento", è stata studiata la devozione a san Felice, di cui sono stati evidenziati i tratti caratteristici sia "attribuiti" sia "acquisiti". Da essi, infatti, prende spunto e si sviluppa l'atteggiamento di ammirazione e, in certa misura, anche quello d'imitazione, nelle diverse categorie dei suoi devoti".
In concreto si trattava di osservare quali cambiamenti fossero intervenuti nella devozione dei fedeli di Nicosia verso il Santo concittadino. Oggetto diretto pertanto era la devozione al santo e la sua incidenza e le diverse implicazioni nella qualità della propria vita cristiana.
Un primo aspetto riguardava il modo di percepire e di vedere la figura di San Felice. Seguiva quindi l'osservazione degli atti devozionali, a riguardo dei quali si osservavano le motivazioni, i tratti e i simboli usati.
Si passava quindi alla ricezione del messaggio trasmesso dal Santo ai devoti. Un'ultima sezione riguardava i cambiamenti attuali e le eventuali prospettive di sviluppo della devozione nel prossimo futuro.
I tratti evidenziati servono a spiegare perché dalla canonizzazione in poi si è registrato un aumento d'interesse nel culto e nelle manifestazioni civili, verso san Felice. Egli diventa, in un certo senso, ancora oggi, un punto di riferimento, da cui attingere modelli di pensiero e di atteggiamento.
Per questo il suo profilo ha una sua attrattiva tutta quanta particolare, anche se questo sembra che contrasti con l'umiltà e la semplicità che egli ha vissuto nella sua vita.
Del resto è risaputo che l'esaltazione è la risposta di Dio a chi è stato nella vita semplice e umile di cuore. Per questo la sua santità mostra un fascino sottile, discreto e incisivo.

Bibliografia 
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